giovedì 4 ottobre 2012

Dalla Scrivania alle Braci Ardenti di Daniela Troiani

Daniela Troiani
Psicologa e Counselor Relazionale
Prepos


Incredibile a dirsi: è trascorso un quarto di secolo! Era il 1987 quando, a diciassette anni, decisi che sarei diventata una psicologa. Uso proprio l’accezione “sarei diventata” e non “avrei fatto” perché in me, nell’idealismo spontaneamente etico dell’adolescente che fui, il progetto professionale assunse da subito il valore esistenziale di un modus vivendi, a cui aspirare. Volevo aiutare le persone ad essere felici. Per questo , nel mio personale cammino di individuo, peraltro tempestato fin dall’infanzia da ostacoli quantomeno insoliti e certamente traumatici, dovevo imparare a conoscere, riconoscere, vivere la felicità in me. Così sono diventata psicologa, e per diventarlo ho trasformato gli ostacoli insoliti della mia vita in risorse, in opportunità, in esempi di aiuto per gli altri, in modo da essere ben più credibile e autorevole nel ruolo, a cui mi sentivo chiamata per vocazione interna. Le guide nel percorso sono state diverse. Alcuni mi hanno sostenuto da dietro. Mio padre fece questo, credendo in me e mandandomi avanti, anche se preoccupato.
Alcuni mi hanno aperto la strada, più o meno consapevolmente. Vincenzo Masini, mio professore all’Università, è stato il Maestro, quello a cui ho riconosciuto questo ruolo, perché durante la sua prima lezione disse: “Non potete aiutare nessuno se non riuscite a volergli bene” Gli altri docenti che avevo ascoltato fino ad allora, parlavano del distacco, della neutralità, dell’attenzione fluttuante: tutte cose piuttosto lontane per me che avevo una carica affettiva elevata e un’idea della professione come servizio, come impegno per la società. Ho seguito Vincenzo Masini, perché mi sentivo in sintonia con la strada che apriva, con i pregiudizi che estirpava, con i legacci che buttava giù. Sono diventata una psicologa con la scrivania davanti, ma una scrivania piccola, che la persona potesse usare per non sentirsi troppo nuda di fronte a me. E mentre diventavo competente ed esperta, è comparso il Counseling.
Questa modalità di approccio alla persona prometteva di liberare dall’etichettamento protocollare della diagnostica psicologica , soprattutto aggiungendo strumenti alla relazionalità e un colore meno grigio, più turchese al rapporto operatore/cliente attraverso l’umanità. Io in quel momento esistenziale e professionale facevo i conti con la difficoltà di gestire il delirio di onnipotenza nella relazione di aiuto, quando l’esperienza aggiunge alla sapienza quella tonalità autorevole, che fa sì che le persone facciano il passa parola e che i risultati siano buonini in molti casi e che qualche effetto speciale cominci a saperlo utilizzare in molte circostanze. Per fortuna dalla mia avevo la cecità, che obbligandomi a fare i conti con problematiche di vita quotidiana molto terra terra, mi ha consentito di mantenere accesa sempre come un faro la mia umiltà naturale, la capacità di empatia , aggiungendo un pizzico di autoironia.
Così, come ero diventata psicologa per vocazione sono diventata counselor per scelta, per continuare a mantenermi sullo stesso piano dei miei clienti in modo da aiutarli a individuare le loro potenzialità, le loro risorse e a diventare il metro di misura per se stessi. La relazionalità umana imparata attraverso il Counseling ha ammorbidito la targa d’ottone del mio essere psicologa, trasformandola in un legno malleabile. E’ per questo che mi sono rivolta verso il Counseling, Ed è questo che volevo trovare. Ma oggi, veramente, rimango sgomenta. Il Counseling, a parer mio, era un’opportunità per tutti i professionisti abituati a confrontarsi con la relazione interpersonale. Era l’opportunità di guardare l’altro nella dimensione affettiva, che è poi quella che nella cultura occidentale è considerata la palestra della vita, la disciplina esistenziale, l’equivalente dello yoga per gli orientali. Il problema, però, è che chi insegna il Counseling (che doveva essere l’arte di consolare) e spesso chi lo cerca , ha in parte rinunciato all’obiettivo del miglioramento relazionale, all’umanizzazione dei rapporti, inseguendo, in modo più o meno delirante, verità personalistiche e filosofie di vita, che scimmiottano di volta in volta la new age, il buddismo, il settarismo dogmatico e carismatico. Il Counseling, e i suoi promotori, troppo spesso si sono fatti allettare dalla richiesta di formare in breve piccoli psicologi, seguendo l’opinione comune che la psicologia sia la scienza del buon senso e che molti sono un po’ psicologi nel loro esser genitore, amico, capoufficio, parrucchiere, medico, ecc. E’ stato facile, così, trovare una formuletta, un contenitore che in tre anni fornisse quelle sparute conoscenze di psicologia generale, psicologia dell’età evolutiva, storia della psicologia, e via dicendo, attraverso cui sentirsi autorizzati a “curare” le persone. E’ un business troppo appetibile per lasciarselo scappare e, oltre tutto, si toglie un po’ agli psicologi l’alone di sapienza che tanto spaventa. Quando il naturopata è anche counselor, le persone scelgono di andare dal naturopata a parlare, piuttosto che dallo psicologo.  Il vero e grave, gravissimo problema è, soprattutto, che oltre all’infarinatura di psicologie varie, troppo spesso le scuole insegnano arti esoteriche, tecniche sciamaniche, strumenti di divinazione et similia. E lì veramente il rischio è enorme. L’attuale crisi ideologica della società occidentale e il timore istigato dai mass media di una guerra interreligiosa ha acuito la ricerca non già di spiritualità matura, bensì di religiosità superstiziosa e faziosa, che dia risposte definitive in un mondo in cui tutti i canoni conosciuti della convivenza comune sono saltati. Troppo spesso è proprio l’adulto, o lo pseudo tale, che , deluso, disincantato, amareggiato o perso, cerca un nuovo genitore in cui identificarsi e al quale rimettere ogni sua volontà, dal momento che Egli ha la verità, promette la felicità, scalda e offre un senso di appartenenza, in un contesto sociale sempre più alienato, dove, perso il benessere economico, ogni finzione di solidità individuale è dispersa. E il counselor, allora, (psicologo, naturopata, ecc) diviene uno sciamano, sempre più un guru, sul quale, come nel mondo orientale, si convoglia ogni identificazione, misura di sé, finalità esistenziale. Sempre più spesso leggo di colleghi che emulano santoni indiani, capi di tribù amazzoniche, guide spirituali disperse in chissà quale ashra o tempio o megavilla, dove i pasti sono rigidamente vegetariani (quasi sempre) e il corpo viene scisso terroristicamente dalla psiche e dall’anima (o essenza egoica). Rinnegando in nome della liberazione individuale il sistema di riferimento culturale occidentale, si propone, come nuovo, un’evoluzione personale fondata su un manicheismo medievale che offre esercizi di mortificazione corporale e spirituale; che di libertà non ha proprio niente e, troppo spesso, neanche di relazionalità responsabile, né di miglioramento o di espressione delle proprie potenzialità. Proponendo ai clienti delle verità più o meno dogmatiche, infilandoli in protocolli pseudo spiritualistici, si torna ad un’ortodossia fanatica, che obbliga la persona ad adattarsi alle richieste, più che a definire la propria identità laicamente, libera da condizionamenti e manipolazioni.
Il dogma non rende mai liberi, né tantomeno aiuta a trovare la propria felicità interiore. Il dogma contiene, dando conforto e sicurezza, laddove la fluidità sociale terrorizza e angoscia. Ripeto: per alcune persone anche questo può essere un miglioramento esistenziale, nondimeno ritengo che sia inaccettabile trasformare il dogma in metodologia di lavoro generalizzabile. La nostra è una professione, non è una fede. E’ una scienza, non è una filosofia e nemmeno una religione. Io sono una professionista non una sacerdotessa e né, tantomeno, un vate E’ una questione di dignità professionale. Tanti, forse troppi colleghi sono passati dall’uso della scrivania come simbolo di distanza, alla passeggiata sui carboni ardenti come strumento per individuare la motivazione, la tenacia, l’autocontrollo. Io veramente mi rifiuto di pensare che il salto del fuoco che feci a tredici anni durante il campeggio scout (rito di iniziazione adeguato ad una adolescente) possa divenire la prova che una persona sia “guarita”. E, a dirla tutta, io credo che si nasconda un inganno, un imbroglio colpevole dietro la presunzione di guarire. Spesso, invece, si alterano in modo grave le relazioni interpersonali, con il corpo e con l’alimentazione, in nome e per conto di qualcuno che si spaccia per saggio e sapiente. Uso il verbo “spacciarsi” perché ritengo che sia uno spacciatore chi crea dipendenze . Certo, nel mio lavoro ho incontrato molte persone per le quali so che rimarrò un punto di riferimento per l’intera vita. E’ una grande responsabilità e un impegno.
Purtuttavia, io non sarò sempre nella vita di quelle persone. Esse porteranno con sé il nostro rapporto, la modalità relazionale che abbiamo avuto, le strategie suggerite, che adatteranno liberamente alla propria esistenza al giusto momento. Io non risolvo la vita di nessuno. Continuo a pensare che la vita ognuno se la risolve da sé. Io accompagno le persone in un momento particolarmente faticoso e poi le lascio andare, senza abbandonarle, ma insegnando loro che sono capaci di camminare senza di me.
Taluni li guiderò, altri li sosterrò, altri ancora, per qualche momento, li dovrò prendere in braccio per confortarli e poi insegnargli a prendersi in braccio da soli. Il mio lavoro sarà sempre al fianco di coloro che mi chiedono aiuto, non dall’alto di un piedistallo divino.

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