venerdì 22 giugno 2012

Come favorire i propri e gli altrui cambiamenti di DANIELA TROIANI

AUTOBIOGRAFIA E CRESCITA PERSONALE



Fin dalla nascita l’esistenza umana è contraddistinta da improvvise crisi e inevitabili cambiamenti, che rompono l’equilibrio e la routine in cui l’organismo si era adattato.

 Non a caso il termine “crisi”, derivante dal greco, porta con sé quel significato di “Rottura” che ben sottolinea un prima e un dopo. Il parto già di per sé è una radicale rottura di equilibri, di consuetudini. E’ una rottura per il nascente, per il corpo e la mente della madre che lo partorisce, per il padre che lo accoglie e per il contesto familiare in cui verrà inserito. Il momento stesso del concepimento è un cambiamento radicale. Ancor prima che la donna si accorga di esser gravida, infatti, il corpo inizia al livello biochimico trasformazioni profonde, che lo renderanno profondamente diverso.

D’altronde, anche solo al livello fisiologico quotidianamente tutti gli organismi subiscono mutamenti. Ogni giorno milioni delle nostre cellule muoiono, per dare vita a nuove cellule, talune esattamente uguali, altre modificate dalle contingenze di età, alimentazione, eventuali patologie, attività effettuate, ecc.

E’, pertanto, un’illusione quella di poter sfuggire ai cambiamenti o di poterli controllare con un’accurata chiusura. E’ un’illusione che taluni cercano di rafforzare, sentendosi scarsamente efficaci nel fronteggiare gli imprevisti, considerandoli sempre negativi.
Purtuttavia la vita è fondata su un continuo confronto tra noto ed ignoto, tra vecchio e nuovo, e solo la capacità di assimilare quanto è sconosciuto, al fine di generare un nuovo ordine di idee, di saperi, di modalità comportamentali, consente un più efficace accomodamento.

Al contrario, la rigidità comportamentale e ideologica sclerotizzano le risposte, disperdendo le opportunità di apprendimento e di nuove esperienze, a causa di paure, false convinzioni, barriere ideologiche, fedeltà a vecchie strategie o antichi rapporti ormai svuotati di senso e significato.

Charles Darwin affermava che la sopravvivenza è garantita non al più forte, bensì al più adattabile. Partendo da questo assunto si può sostenere che il cambiamento, al contrario di ciò che si crede, è, quasi sempre, un’occasione di apprendimento, di ulteriore acquisizione, un modo per stare meglio nel mondo.

Queste argomentazioni sono facilmente condivisibili da coloro che hanno la convinzione di avere in sé sufficienti capacità per affrontare circostanze e rinnovamento, di trovare soluzioni e scoprire risorse e sorprendersi di fronte alle novità.

Queste persone vedono nel cambiamento di casa, lavoro, paese, amici, alimentazione, orari, un’occasione per sperimentarsi e scoprire talenti e nuovi interessi, acquisire competenze, possibilità di aprirsi all’altro con maggiore capacità di comprensione e accoglienza. Non temono di perdersi, né di confondersi nelle credenze e nelle abitudini altrui. Sentono il proprio io, il proprio nucleo intimo, coeso e solido, indissolubile. Per questo affrontano i cambiamenti propri e altrui a viso aperto, confidenti in sé, negli altri e nel futuro.

Certo è differente volere e cercare un cambiamento, dal subirlo. E’ diverso, per esempio, decidere di separarsi o subire la decisione dell’altro. Così come è ben diverso scegliere di cambiare casa, per ampliare spazi e migliorare quartiere, piuttosto che per ridurre i costi. Oppure, una cosa è lasciare i genitori per sposarsi, o sbattendo la porta per conflitti irrisolvibili.

E ancora: una cosa è cambiare città per svolgere un lavoro che realizza un sogno, un’altra è cambiare città per andare a curarsi di qualche grave malattia o menomazione. Eppure, ognuna di queste esperienze porta con sé un potenziale di miglioramento o peggioramento della propria qualità esistenziale, il cui esito non è solo correlato alla tonalità piacevole o spiacevole dell’evento, ma anche dalla capacità di trarre da esso insegnamenti e nuovi significati evolutivi.

Tornando all’inizio del discorso possiamo, ad esempio sottolineare come soprattutto la prima gravidanza determini una rottura profonda nella donna, causata dalle trasformazioni sociali degli ultimi decenni, che hanno denaturalizzato gradualmente il ruolo femminile, spingendolo sempre più verso una cultura razionalizzata e pseudo mascolina. Così, al concepimento la donna è costretta a riscoprire parti del femminile soffocate dalla cultura dominante, attraverso la lacerazione del Sé sociale, a favore del Sé personale e affettivo.

Se la donna ha coltivato in qualche parte del mondo interiore la sfera affettiva, riuscirà ad accedere facilmente a questo cambiamento, esprimendo parti rimaste sopite. Nel caso in cui l’affettività sia stata negata, allo scopo di assumere comportamenti iper efficienti, lo scontro tra cultura e natura sarà drammatico producendo più o meno manifesti rifiuti della maternità e del ruolo materno, magari iper compensati da un’estrema e rigida attenzione all’allevamento (naturale o convenzionale che sia), ai vaccini, alla pesa prima e dopo i pasti, ecc.

Dunque, la gravidanza comporta un cambiamento dovuto al passaggio in una nuova fase evolutiva. Come molti cambiamenti, le conseguenze di questo passaggio sono molteplici e si manifestano al di là del momento contingente della gestazione.

Come le trasformazioni corporee della gravidanza si accompagnano a radicali mutamenti psicoemotivi, così  le trasformazioni puberali innescano la confusione e le oscillazioni del periodo adolescenziale. In questa età si perde il ruolo sociale di bambino e i genitori non sono più, né devono esserlo, il principale punto di riferimento del figlio, che, spesso, appare diverso da qualche tempo prima sia nel comportamento, sia nel modo di relazionarsi.

Se gli adulti di riferimento sono sufficientemente solidi e flessibili, accoglienti e attenti, il ragazzo, seppur confuso e scombussolato dalle spinte interne conflittuali e sconosciute, riuscirà ad utilizzare al meglio questo periodo della vita, aprendosi a nuove esperienze con curiosità e entusiasmo, con energia e motivazione. Nel caso in cui, invece, vi siano già state difficoltà o circostanze critiche nell’infanzia o gli adulti di riferimento non riescano ad intercettare efficacemente le nuove istanze del figlio e le eventuali difficoltà di crescita e adattamento al nuovo, possono presentarsi forme depressive più o meno manifeste, disordini del comportamento alimentare, disturbi nella percezione del proprio corpo, forme di dipendenza affettiva o dal gioco o da sostanze, ecc.

Trombini e Baldoni, citando Minuchin, sottolineano come nelle famiglie rigide e iper protettive, soprattutto laddove i genitori nutrano più o meno consapevoli sensi di colpa, l’evoluzione adolescenziale è temuta e ostacolata fino al punto che uno dei figli o uno dei genitori si ammalino o subiscano un incidente invalidante, per bloccare il percorso di autonomizzazione dei componenti la famiglia.

D’altronde, spesso il sopraggiungere di una malattia blocca il coniuge che in procinto di separarsi o la sorella intenzionata a trasferirsi all’estero per studiare.

La resistenza, illusoria, al cambiamento spesso costringe in rapporti ormai svuotati di significato e tenerezza reciproca, in nome di principii che non sono più valori, ma mere gabbie di protezione dalla paura e dalla solitudine. La resistenza al cambiamento, in questi casi, pietrifica la vita, ingessa orari e abitudini, in una routine che solo apparentemente conforta e rassicura. Ci si aggrappa ai sogni del passato, a ciò che si era, non guardando l’altro per ciò che è diventato, non vedendolo per ciò che è, nel tentativo di poter negare la realtà della distanza, dell’estraneità.

 La fine di un rapporto è percepita unicamente nel senso di fallimento di un progetto di vita, dimenticando che essa può essere foriera di esperienze positive inaspettate, di espansione dell’Io, di attivazione di risorse inespresse, di presa di coscienza delle proprie potenzialità negate. Ci sono, nondimeno, casi in cui la ricerca esasperata di cambiamento (la rottura di un matrimonio, l’abbandono dell’attività lavorativa) non sono mossi da un autentico passaggio ad una fase evolutiva differente o ad avvenute trasformazioni valoriali e caratteriali. Talune separazioni sono il prodotto di una fuga da sé, dalla presa di coscienza del tempo che passa, dei sogni non realizzati, delle occasioni perse. In questi casi, è proprio la paura dell’età che avanza, delle trasformazioni fisiche, della perdita del ruolo sociale, ad innescare disperati, e talvolta patetici, tentativi di rincorsa all’indietro attraverso relazioni con partner assai più giovani, oppure attraverso gravidanze fuori tempo massimo, oppure attraverso interventi di chirurgia plastica.

Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, anche questi sono modi per negare il cambiamento a se stessi e agli altri, rifiutando di affrontare con saggezza e realismo il passare delle stagioni.  La saggezza e il realismo, tuttavia, non significano rassegnazione e insabbiamento, incapsulamento in ciò che si è realizzato o in ciò che non si è ottenuto.

Edoardo Giusti e Alberta Testi affermano che: ”Coloro che, avendo raggiunta la mezza età, valutano il proprio senso di efficacia nei vari settori della loro vita come il segnale di essere giunti a un plateau, hanno minori probabilità di affrontare con successo e con soddisfazione gli anni a venire, a differenza di coloro che considerano questo stesso senso di efficacia come un patrimonio grazie al quale continuare a crescere e a porsi nuovi obiettivi.

In una società come la nostra, in rapido cambiamento e portatrice di sempre nuove richieste, a maggior ragione è necessario valutare pe¬riodicamente la propria efficacia per apportare eventuali cambiamenti in sé stessi e in ciò che si fa per ottenere un adeguato adattamento.” (L’autoefficacia. Vincere quasi sempre, Vera Editore, p. 14) La fiducia di poter contare sulle proprie capacità e su un contesto ambientale favorevole, rinforzano costantemente la persona nelle sue aspirazioni a continuare a evolvere, ad apprendere, a sperimentarsi nonostante l’età e i traguardi già raggiunti. In questa ottica devono esser valutate la sempre più massiccia disponibilità delle persone, dopo il pensionamento, a intraprendere nuovi studi o viaggi anche in condizioni estreme.

D’altronde, il viaggio è una metafora della vita, del continuo mutare della propria identità senza perdersi, nonostante gli incontri e gli scontri imprevedibili e a volte destabilizzanti. Nel viaggio la paura di perdersi e
il rischio di non tornare più indietro c’è sempre. Per partire è necessario sentire di avere sempre con sé le parti fondamentali della propria esistenza, per riuscire a sentirsi a casa, o a trasformare un pochino in
casa ogni luogo che si visita. Pur lasciando un pezzetto di sé in ogni incontro, in ogni posto che si vive, tuttavia si torna dal viaggio arricchiti di significati e conoscenze, di altro da sé da integrare nel sé.

E’ la costante messa in discussione dei propri presupposti culturali e valoriali, conseguente alla frattura delle proprie abitudini, tanto ben descritta dalla Yourcenar in “Memorie di Adriano”. “Il viaggio (…) è una smentita costantemente inflitta a tutti i pregiudizi”. D’altra parte, viaggiare, a qualunque età, consente di ampliare i propri punti di vista, di confrontarsi con la propria capacità di autonomia, di autosufficienza e distar soli, lontani dal contesto di appartenenza.

E a coloro che sostengono la necessità in età avanzata di condurre una vita tranquilla e protetta, si oppongono gli studi sull’invecchiamento svolti già nel 1990 da Baltes, il quale ha verificato che con l’età, al contrario di ciò che si pensa comunemente, la capacità di risolvere problemi, di ragionare e di pensare saggiamente aumenta, piuttosto che diminuire. Così, piuttosto che aspirare ad un progressivo ritiro a vita casalinga e ad un graduale abbandono della vita attiva, gli anziani sempre più si predispongono a mutamenti anche piuttosto rilevanti e sbalorditivi, che talvolta infastidiscono i familiari e scandalizzano i conoscenti.

Certo, la disapprovazione del cambiamento può condizionare in molti casi la libertà decisionale dell’individuo. La fiducia delle persone significative è una spinta motivazionale spesso decisiva per lo sviluppo e l’evoluzione ulteriore. Il sostegno ambientale per la maggior parte delle persone è irrinunciabile nel momento in cui si delinea la possibilità di un cambiamento e l’attivazione di qualche nuova iniziativa. A tal proposito, è opportuno sottolineare quanto, nell’affrontare i cambiamenti di qualsiasi natura, possano interferire gli appresi infantili, la mentalità del contesto sociale di provenienza.

Di fronte a proverbi del tipo: “Chi lascia la via vecchia per la nuova, male si trova” è faticoso imparare a porsi ottimisticamente di fronte alle trasformazioni della vita e alle scelte autonome. Nondimeno, in alcuni casi l’eccesso di fiducia nel figlio (per esempio, nell’unico maschio, o nella femmina studiosa, ecc.) diventa un boomerang, taglia via la capacità di valutare realisticamente le attitudini e le propensioni della prole, o del partner, o del giovane dipendente, ecc. Laddove la spinta all’evoluzione non tenga conto delle effettive capacità individuali e non consideri l’importanza di graduare i traguardi da raggiungere, si verificheranno delusioni e insuccessi amari, che, nella migliore delle ipotesi, ridurranno nella persona il senso di autoefficacia e, dunque, la fiducia nella propria possibilità di miglioramento, trasformazione e realizzazione dei propri desideri.

Uno scarso senso di autoefficacia non a caso è alla base della difficoltà di interrompere abitudini nocive per la salute. In questi casi l’idea di non essere capaci di interrompere il comportamento a rischio e/o di rimanere costanti nel tempo, si accompagna alla sfiducia che il proprio cambiamento possa sortire realmente un effetto benefico sulla propria salute. Cioè, la determinazione al cambiamento è spesso condizionata dal senso di autoefficacia, che agisce sia sull’intenzione, sia sulla quantità e la qualità dell’impegno attivato per cambiare, sia sulla persistenza dello sforzo e nella costanza. Nondimeno ogni persona adulta ha esperienze di vario tipo connesse al cambiamento, che dipendono dall’età, dal tipo di cambiamento, dalla personalità, dal contesto di appartenenza, ecc. In linea generale, si può dire che esistono delle strategie che possono favorire il cambiamento, laddove sia desiderato, ma inibito da resistenze interne di natura ansiogena o fobica.

Una modalità efficace consiste nel la realizzazione di piccoli mutamenti progressivi, in vista di un traguardo più sostanziale. Per esempio, spesso si vorrebbe intraprendere un viaggio senza conoscenti, ma si ha difficoltà addirittura ad andare al cinema in solitudine. Inutile pensare di affrontare un soggiorno di quindici giorni, quando non si riesce a fare neanche una passeggiata da soli! Importante in questi casi è inserire graduali momenti di solitudine di estensione temporale sempre maggiore, per poi organizzare alla fine un “viaggio-premio” che possa sottolineare l’avvenuta trasformazione. In altri casi, ciò che si vorrebbe cambiare è una propria rigidità, per esempio l’abitudinarietà degli orari giornalieri. Anche in questi casi la gradualitàdelle trasformazioni può risultare essenziale per raggiungere un traguardo che rimanga costante nel tempo. In altri casi, invece, si possono usare gli altri come mediatori del cambiamento.

Per esempio, nei gruppi CODA (Donne che amano troppo) in cui si lavora sulla dipendenza e sulla co- dipendenza da persone o da sostanze, si invitano i partecipanti a cercare uno sponsor, ovvero un membro anziano del gruppo che possa accompagnare e possa esser chiamato tutte le volte, in cui la persona rischierà di cadere nel comportamento da cambiare. In questi casi, man mano che la persona diviene “sobria” dalla sua dipendenza, avrà sempre meno bisogno di interloquire con lo sponsor, che, ovviamente, deve esser disposto a lasciarla andare. E questo è un cambiamento positivo che, tuttavia, può essere doloroso almeno per chi ha sostenuto con tanta disponibile gratuità.

n conclusione, come incoraggiamento e stimolo ad opporsi, anche da adulti, alla cristallizzazione dei desideri e delle emozioni, a favore di un immobilismo rassicurante ma vuoto di significato e speranza, piace riportare
l’esortazione ai giovani, con la quale Paolo Crepet apre il suo libro “I figli non crescono più”:
“Non dar retta a chi ti indica le scorciatoie: prova a usare le strade difficili. Evita tutto ciò che è comodo e diffida di chi te lo propone.Fa crescere dentro di te rabbia e sete per l’inquietudine. on buttarti via: impara a dannarti senza perderti. mpara che hai diritto a pensare, che nella vita si possa e si debba tentare e sbagliare.Nessuno ti deve poter giudicare per gli errori che commetterai, ma, semmai, er le omissioni che ammetterai a te stesso.

Il compito dei figli è quello di diventare migliori dei loro genitori.Non si deve accettare, bensì si può migliorare qualunque sia la stagione che tai attraversando.”



Per approfondire

AAVV, La gravidanza e i suoi vissuti, Tratto da Wikipedia, l’enciclopedia ibera
BORGNA e. , Le intermittenze del cuore, Feltrinelli, 2003.
CAROTENUTO A. , Vivere la distanza, Bompiani, 1998.
CREPET P. , I figli non crescono più, Einaudi, 2005.
FROMM E. , L’arte di amare, 1970
GIUSTI E. , TESTI A. , L’autoefficacia. Vincere quasi sempre, Vera Editore
SCHELOTTO G. , Distacchi e altri addii, quando separarsi fa bene, Mondatori, 002.
SCHELOTTO G. , Uomini altrove, Storie di cinquantenni in fuga, Mondatori, 004.
TROMBINI, BALDONI, La somatizzazione e le difese biologiche, Il Mulino

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