sabato 31 dicembre 2011

Quando lui e' come te e non ti piace per niente

Counseling al Nido

 
D
ottoressa Sarah Paluzzi 
  

Introduzione della D.ssa Daniela Troiani

 
L'articolo qui di seguito riportato è stato scritto da una Counselor dell'infanzia che da più di dieci anni si occupa di accompagnare i piccolissimi nel loro passaggio dalla mamma alla scuola materna.
 
Dopo la laurea in Psicologia Evolutiva e il Diploma di Counselor  Relazionale, la Dottoressa Sarah Paluzzi ha deciso di dedicarsi  completamente alla formazione dei bambini appena svezzati, che per scelta o obbligo genitoriale, devono essere affidati alle cure di altri. La vocazione di Sarah e la sua passione per una fascia di età tanto delicata e, spesso, considerata a torto, priva di soddisfazioni, fanno sì che il suo intervento sia sempre caratterizzato da estrema competenza e sensibilità, da una lucida, e rarissima tra gli educatori, disponibilità all'onestà intellettuale e alla consapevolezza di sé.
Nelle righe che seguono, con qualche cambiamento per rendere il minore irriconoscibile, Sarah racconta un esperienza di qualche anno fa, quando si è accorta che la formazione e le strategie di lavoro hanno sempre come obiettivo la gestione della relazione conflittuale e difficilmente quella della relazione con parti rifiutate della propria personalità.
Eppure è esperienza assai diffusa quella sperimentata da genitori, insegnanti, medici con figli, studenti, pazienti, ecc troppo simili in talune caratteristiche.
Sopratutto laddove l'operatore individui nell'altro peculiarità che vorrebbe rimuovere dalla propria personalità, è assai difficile dissociarsi dal Sé e intervenire in modo efficace e correttamente finalizzato all'evoluzione dell'altro.
Il caso narrato, nel modo diretto e schietto di chi è avvezza ad un linguaggio pragmatico ed istintivo, facile da comprendere e senza fronzoli, racconta proprio come un adulto può accompagnare un piccolo simile a lui, sostenendolo nella crescita proprio come sarebbe stato necessario fosse fatto  quando il bambino in fieri era lui.
 
Daniela Troiani




 
Quando entrai a lavorare come educatrice in un nido (bambini da 0 a 36 mesi), la prima cosa che mi insegnarono  fu  quella di imparare a gestire le situazioni ritenute difficili, come il pianto inconsolabile e/o l’aggressività che spesso si manifesta in modo repentino, in maniera del tutto involontaria, in quanto il bambino non è consapevole della sua forza e delle conseguenze che lascia sull’altro che ne è vittima. Mi insegnarono anche  come relazionarti in maniera professionale con il genitore fuori di sé perché il suo cucciolo ha una corona dentale tatuata sul braccio...Mi insegnarono a lavorare moltissimo, quindi,  con empatia e sulla gestione di ogni sorta di emozione e sentimento oppositivo e conflittuale. 
Solo successivamente ho scoperto che nessuno sa insegnarti come relazionarsi con un bambino simile a te, caratterialmente identico a tal punto che ogni volta che lo guardi, ti sembra di specchiarti e quello che vedi non ti piace…Ma cominciamo dall’inizio…
Ho incontrato Lui qualche anno fa, quando aveva 21 mesi.
Come da copione per chi inizia il nido, il momento del distacco dalla figura materna è quello più difficile, e così ha iniziato a piangere disperato senza voler essere consolato.

 
Piangeva ogni giorno, in un angolo, le mani in bocca, non voleva essere accolto, consolato, non partecipava alla vita della classe, non mangiava e se lo faceva poco dopo vomitava. Il periodo di adattamento al nido varia  da bambino a bambino e il rispetto dei tempi personali è importante, quindi per un po’ ho pensato di lasciarlo in pace. Il periodo però iniziava a diventare lunghissimo e la cosa iniziava a preoccuparmi. Lo osservavo in continuazione e mi domandavo che si poteva fare e sembrava che nulla fosse possibile; finalmente capisco che il problema era in me e non in lui: è timido, invisibile, molto sensibile, e timoroso a relazionarsi con gli altri…insomma, è identico a me e proprio rivedendomi bambina in lui, l’ho allontanato, ho messo in atto una serie di meccanismi di difesa che magari educativamente parlando, nel contesto, andavano bene, ma mi portavano a non avere una relazione con lui. Lo spronavo a non “essere così”, lo buttavo nella mischia, nelle attività e lui si disperava.
Poi alla fine, ho ammesso a me stessa quanto mi ricordasse me bambina a scuola, quanto non mi piacesse quello che vedevo perché mi ricordava le mie sofferenze a scuola per essere troppo timida, troppo sensibile, a volte troppo “lenta per alcuni insegnanti. Non doveva dunque “sentire” su di sé quello che avevo sentito io da allieva e che negli anni mi aveva negativamente condizionato, e non dovevo fargli vivere il tempo al nido come una condanna e né fargli sopportare il tono autoritario che secondo me lo avrebbe aiutato. Mi sono fermata, e mi sono chiesta: “Sarah bambina, cosa vorresti che facessi ora?”. Ho iniziato a sorridergli di più, ho iniziato ad ascoltarlo, a guardarlo davvero, a cercarlo fisicamente, gli sono stata vicina durante le attività, sostenendolo nelle sue scelte creative e scoprendo un bambino con una motricità fine incredibile per la sua età, una voglia di imparare, di concentrarsi, ricco di fantasia e con una memoria eccezionale. L’ho lodato per i suoi lavori con i compagni e con i suoi genitori, ha iniziato a cambiare postura, ha tolto le mani dalla bocca, ha imparato a fidarsi di me e  dei compagni, scegliendone due o tre per i suoi giochi, ha imparato a sperimentare sicuro che aveva un sostegno, ha imparato a cadere e a farsi consolare. Ci siamo abbracciati tanto negli ultimi mesi e io non ho avuto più paura di incontrare e di abbracciare la Sarah bambina, ancora là, timida e fragile.
Ripenso ora con tenerezza a quel piccolo, che, dopo tante  titubanze , spinsi alla scuola materna  con qualche mese di anticipo, convincendo i genitori che sarebbe stato per lui un passaggio importante, uno stimolo positivo per favorirne l'evoluzione.

Quest’esperienza, seppur raccontata in poche righe, è stata per me molto intensa, con un percorso lungo e difficile. Ho voluto raccontarla perché sebbene avessi chiesto più volte un aiuto o non sono stata capita o la luce del riflettore si spostava sul non riuscire a fare bene il mio lavoro perché un bimbo non era sereno al nido.
Spero possa essere uno spunto di riflessione per quanti vogliano lavorare con l’altro, quando l'altro è così terribilmente simile da far tenerezza, o tristezza, o rabbia”.
 

Dottoressa Sarah Paluzzi

 

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